“Io credo nel rosa. Io credo che ridere sia il modo migliore per bruciare calorie. Io credo nei baci, molti baci. Io credo nel diventare forte quando tutto sembra andare storto. Io credo che le ragazze felici siano le ragazze più belle. Io credo che domani sarà un altro giorno, ed io credo nei miracoli”. Citare le parole della più importante icona senza tempo Audrey Hepburn per me è come recitare un mantra.
Credere nel rosa significa molto più che definire una preferenza per un colore. Infatti, esiste perfino una branchia della psicologia che si interessa proprio dei significati associati ai colori e al modo in cui si risponde ad essi. I significati associati ai colori sono spesso connotati culturalmente e quindi nel caso in cui si parli di differenze di genere legate al colore torna la questione di quanto queste preferenze abbiano matrice genetica e quanto siano legate ai significati attribuiti ai ruoli da un determinato gruppo. E’ opinione comune che il rosa rappresenti nella nostra società il colore femminile per eccellenza. Soprattutto nell’infanzia, in cui, ad esempio, il fiocco appeso alla porta, la coperta nel passeggino, i vestiti delle bambole, sono tutti elementi il cui colore esprimono il genere della nascitura. Ma è sempre stato cosi nel corso del tempo? Ed è così anche nel resto del mondo? La risposta ad entrambi i quesiti è no. Si pensi, infatti, che solo nel vicino XVIII secolo erano gli uomini a vestirsi di rosa, poiché derivato del rosso, colore simbolo della forza, mentre alle donne era associato il blu, perché legato al velo della Vergine Maria. Nella cultura koreana, tuttora lo sposo viene vestito di rosa durante il giorno del matrimonio, perché colore considerato simbolo di virilità. Troppi pregiudizi, dunque, pesano su questa entità che nasce dall’unione felice del rosso e del bianco, colma di simbolismi religiosi ed esoterici. La forza vitale del sangue, unita alla purezza assoluta dell’anima. Il mistero, l’eterno femminino. Non è un caso che la parola rosa possa essere anagrammata in raso e orsa, come se contenesse nella sua essenza più profonda una dualità, allo stesso tempo leggera e selvaggia, destinata finalmente ad essere riconosciuta.
Per quanto possa sembrare strano oggi immaginare un uomo vestito di rosa, basterebbe solo pensare al celebre ‘Pink Suit’, l’abito rosa indossato da Jay durante il pranzo con la sua amante ed il marito, nel capolavoro di F.Scott Fitzgerald “The Great Gatsby” del 1925, per cambiare opinione. La storia della moda ci insegna, infatti, che solo a partire dagli anni Ottanta scomparvero gli abiti unisex e si imposero definitivamente una serie di stereotipi legati all’associazione dei colori per differenza di genere. Ci sono cose da maschi che le femmine non possono fare e ci sono cose da femmine che è vergognoso che i maschi facciano. Tra queste, indossare qualcosa di rosa. Quello dei colori attribuiti in modo automatico a bambini e bambine è uno degli stereotipi più radicati e scontati legati alla differenza di genere, e questo stereotipo ha una storia e un’evoluzione, come racconta l’Atlantic in un articolo, riprendendo un libro della storica Jo B. Paoletti dell’Università del Maryland, intitolato “Pink and Blue: Telling the Boys from the Girls in America”. Uno dei primi riferimenti all’attribuzione dei colori al sesso si trova in “Piccole Donne” di Louisa May Alcott, dove un nastro rosa è usato per identificare la femmina ed uno azzurro per il maschio. L’usanza però viene definita dalla stessa Alcott come “moda francese”, come a dire che non era ancora una regola riconosciuta ovunque, ma anzi, era una specie di vezzo esotico: “Qual è il maschio e qual è la femmina? – chiese Laurie chinandosi per esaminare più da vicino i due prodigi. – Amy ha messo un nastro azzurro al maschio e uno rosa alla femmina, come si usa in Francia, in modo da distinguerli senza sforzo”. A quel tempo, i libri per bambini, gli annunci e i biglietti per le nuove nascite, la carta da regalo e diversi articoli di giornale indicano che non si trattava di una regola e che il rosa poteva essere associato tanto ai neonati maschi che alle femmine. Nel 1918, Earnshaw’s Infants’ Department, rivista specializzata in vestiti per bambini, specificava anzi che “la regola comunemente accettata è che il rosa sia per i bambini, il blu per le bambine. Questo perché il rosa è un colore più forte e deciso, più adatto ad un maschio, mentre il blu, che è più delicato e grazioso, è più adatto alle femmine”. Nel 1927 la rivista Time pubblicò un grafico che confermava questa tendenza e mostrava i colori più appropriati per maschi e femmine secondo i principali produttori e venditori di vestiti negli Stati Uniti. Tra gli anni Trenta e Quaranta le cose iniziarono, però, a cambiare: gli uomini cominciarono a vestire con colori sempre più scuri, associati al mondo degli affari, per distinguersi dalle tinte chiare percepite come più femminili e legate alla sfera domestica. L’abbigliamento di bambini e bambine iniziò a venire differenziato in età sempre più giovane, anche a causa della crescente diffusione delle teorie di Freud legate alla sessualità e alla distinzione di genere. Si tratta ancora, però, in una fase incerta: per parecchi decenni, fino alla Seconda Guerra Mondiale, i colori continuarono infatti ad essere usati in modo intercambiabile. Non è davvero chiaro come, ad un certo punto, negli anni Cinquanta, avvenne una precisa assegnazione dei colori: “Poteva andare diversamente, fu una scelta del tutto arbitraria” spiega Jo B. Paoletti all’interno del libro. Il rosa finì, così, per essere identificato con le donne e divenne onnipresente non solo nell’abbigliamento, ma anche nei beni di consumo, negli elettrodomestici e nelle automobili. Il rosa iniziò ad essere il colore prediletto delle bambine, affascinate dal mito di Barbie e dal suo mondo glitteroso. Fu il movimento femminista degli anni Sessanta, nemico della bambola Barbie, troppo perfetta, troppo bionda, troppo sexy, proiezione della donna-oggetto, che ha come massima aspirazione fare shopping e cambiare spesso abiti, che iniziò a mettere in discussione con forza gli stereotipi di genere. Le donne iniziarono ad adottare stili più neutri, privi di dettagli riconducibili al sesso. Ma come molti di noi ben sanno, nonostante le numerose vittorie del movimento femminista, molte delle regole associate ai diversi ruoli ed agli stereotipi legati alle differenze del genere non terminarono, ed infatti, a partire dagli anni Ottanta, finì per imporsi definitivamente l’idea dei colori che marcatamente segnalano il genere d’appartenenza. Scomparvero i vestiti unisex ed anche i giocattoli si differenziarono: soldatini e costruzioni per i maschi, bambole e pentoline per le femmine. Fu proprio a partire da questi anni che le aziende iniziarono, inoltre, ad adottare vere e proprie strategie di marketing tese a rafforzare gli stereotipi per incrementare la vendita ed il consumo di beni per l’infanzia.
La parola “stereotipo” deriva dalle parole greco stereos (duro, solido) e tupos (immagine, gruppo), e quindi da “immagine rigida”, e si riferisce a delle rappresentazioni che le persone utilizzano per semplificare la realtà. Dal punto di vista cognitivo, quindi, gli stereotipi hanno la funzione di rendere più semplice ed intuitiva la rappresentazione e la comprensione della realtà, associando una serie di caratteristiche e di qualità ad un gruppo di persone o di oggetti, senza verificarne la veridicità, ovvero attribuendole a priori. Uno stereotipo, può essere definito, quindi, come una generalizzazione di alcune caratteristiche (generiche) a tutti gli appartenenti ad un gruppo. Questa tendenza, nella maggior parte delle volte, ci assicura una certa velocità di azione. Ecco perché è difficile che gli stereotipi si cancellino. Entrando nello specifico del tema dell’articolo, gli stereotipi di genere, sono quindi quei meccanismi di categorizzazione a cui le persone si riferiscono per elaborare ed interpretare la rappresentazione di ciò che è maschile e ciò che è femminile e si basano sull’aprioristica credenza che donne e uomini abbiano caratteristiche differenti. Ognuno di noi è implicitamente condizionato da queste credenze culturalmente trasmesse in quanto ognuno di noi ha due categorie mentali distinte denominate “maschile” e “femminile”, ognuna caratterizzata da specifici attributi. Secondo lo stereotipo di genere, le caratteristiche attribuite al maschile sono capacità di azione, di essere operativi, autoaffermazione, competenza, indipendenza, forza, virilità, individualità, più interesse per la vita sociale e pubblica. Le caratteristiche attribuite al femminile sono, invece, capacità emozionale, socialità, emotività, comunicazione, affettività, altruismo, interdipendenza, propensione a relazioni duali, dolcezza, delicatezza, soavità, tendenza alla gestione del proprio mondo intimo. Come si può notare questi due gruppi che racchiudono qualità che lo stereotipo attribuisce al maschile o al femminile, sono complementari. Ciò che secondo lo stereotipo non è femminile, allora è maschile. Un gruppo bilancia i punti di debolezza o di forza dell’altro gruppo. Gli stereotipi di genere, così come gli stereotipi in generale, non appartengono alla mente di un individuo, ma sono condivisi dall’intera società. Permettono alle persone di intendersi fra loro e soprattutto di prevedere i comportamenti altrui e dare un’organizzazione (rigida) del tessuto sociale. Una società mantiene e trasmette i suoi stereotipi tramite il linguaggio, tramite tutti i linguaggi possibili: l’utilizzo del colore è proprio uno di questi linguaggi.
Proprio per questo in America esiste addirittura un movimento chiamato Pinkstinks, che porta avanti dal 2008 una vera e propria battaglia contro il rosa. Secondo questo movimento il rosa, infatti, non è un semplice colore, ma racchiude in sé uno stereotipo di genere considerato nocivo per il sesso femminile. Il loro scopo è quello di denunciare la cosiddetta “Pinkification”, ovvero il fenomeno di lavaggio del cervello a cui vengono sottoposte le bambine e le donne nella società occidentale contemporanea, imprigionandole in un mondo svenevole e sdolcinato, in cui esse vengono viste come soggetti deboli, superficiali e soprattutto incapaci di competere con la dura spigolosità delle grisaglie grigie. Sebbene però, la lotta contro gli stereotipi di genere e la loro pericolosità sia spesso associata al mondo femminile, non dobbiamo cadere nella fallace credenza che gli uomini ne siano esenti. Infatti, anche il genere maschile ha i suoi stereotipi con cui, o meglio, contro cui combattere. Non crediate che sia cosa facile confrontarsi con ruoli di genere quali coraggio, potere, lavoro, forza, successo, razionalità. Sebbene questi stereotipi possano essere più desiderabili, non sono meno faticosi da sopportare e ostacolanti rispetto ai mille e variopinti scenari che ognuno può impersonare. Ma l’immagine dello stereotipo maschile non è solo caratterizzato dagli elementi sopra citati: come se fosse cosa semplice percepire questa pressione verso un modello assoluto di forza, coraggio e successo, ci si mettono anche altri stereotipi ad aggravare ed appesantire il quadro: gli uomini, infatti, sono per la cultura main-stream, anche quelli sempre a caccia di donne, quelli che amano le macchine, quelli che se ne intendono di calcio, quelli palestrati e sempre in forma.
La questione fondante che a questo punto mi pongo, e che desidero condividere con voi, amiche e amici della PoT Agency è: quali sono i desideri e le possibilità che ogni persona fondamentalmente si perde a causa dell’attribuzione rigida di qualità e ruoli all’uno e l’altro genere? Come si può essere davvero liberi e libere in un mondo in cui ti chiedono di scegliere se stare o meno dalla parte di un colore in base al genere a cui appartieni? E se la vera rivoluzione fosse proprio quella che passa attraverso la libertà di non dover scegliere? E se fosse proprio ora il momento giusto per destrutturare ed archiviare gli stereotipi di genere?
Ora, in cui assistiamo ad un risveglio collettivo mondiale femminile, che si esprime grazie ed attraverso la lotta portata avanti dal movimento #metoo e di tutte quelle realtà che credono e parlano di liberazione, della forza di tutte le donne, nonché della celebrazione dell’autentica bellezza. Proprio ora, in cui sta esplodendo il fenomeno della “metrosessualità”, tipico della generazione di uomini dei nostri tempi, portatrice di canoni di una “sessualità metropolitana” che, a prescindere dal proprio orientamento sessuale, fonda il proprio ruolo di genere su una cultura ed una cura del corpo basati su un’immagine estrema e perfezionista, vincolata a centri e servizi estetici un tempo destinati solo alle donne.
Perché è ora il momento di iniziare la nostra rivoluzione. E per farlo inizierò con il citare le parole di un personaggio del celebre film “Tutto su mia madre” di Pedro Almodovar: “Costa molto essere autentica, signora mia. E in questa cosa non si deve essere tirchi, perché una è più autentica quanto più assomiglia all’idea che ha sognato di se stessa”. E se l’autenticità passa dal vestire e truccarsi di rosa, sia come uomini che come donne, allora ben venga. La stravaganza, infatti, è a volte fatta della stessa materia della libertà. E la libertà è il bene più prezioso che abbiamo. Quindi, anche noi della PoT Agency vogliamo credere nella rivoluzione del rosa!

Elisa Badiali

Credits:

Stilista abiti e gioielli: Floriana Alletto (Sun & Moon)
Fotografia: Valentina Pinto (La Veste di Sabbia Photographer)
Make Up Artist: Lucia di Meo (Smokey Make Up)
Hair Stylist: Morris Mattias Conti (Morris Fashionhair)
PoT Agency Models: Giulia, Isabella, Zaira, Alessandro, Federico, Morris,