Forse non ci siamo abituati. Non siamo ancora abituati a “loro”.
Non dobbiamo essere per forza corretti. Ma sinceri si. La diversità ancora oggi ci disturba.
Non vedo altra spiegazione.

Perché vedendo Arjola o Carlotta (nuovo record del mondo) oppure Simone in acqua, o Sara a cavallo, oppure Beatrice (per tutti Bebe) vincere l’oro e poi l’argento a squadre nel fioretto e rivelare al mondo che per un’infezione ha rischiato l’amputazione, dovremmo letteralmente impazzire e saltare sulla sedia e urlare a squarciagola per le imprese meravigliose che i nostri atleti stanno compiendo alle Paralimpiadi a Tokyo. E forse nel nostro cuore siamo anche contenti. E sicuramente molti avranno urlato.

Ma in tanti li guardano “quegli” atleti “diversi”.  E pensano che un altro oro è arrivato. Bello. Poi  guardano quel successo, quell’impresa, quel trionfo che può essere solo un esempio. Ma in realtà vedono la pelle rovinata dalla meningite, un arto a metà, una bocca storta. Vedono delle gambe magre, vedono una sedia a rotelle e dicono “poveretti”.

Forse si chiedono “ma come fanno?” Senza rendersi conto che quelle persone che hanno semplicemente delle disabilità non solo hanno lottato contro se stesse e contro il mondo che le circonda, ma hanno anche ottenuto prestazioni sportive incredibili eguagliando e forse in alcuni casi superando i colleghi senza disabilità, quelli chiamati normodotati (cioè noi che siamo i normali, per intenderci).
La passione? E’ la stessa. L’agonismo? Gli allenamenti, l’impegno, i sacrifici? Non vedo differenze con Marcell, Luigi o Gianmarco (Gimbo).
Forse allora non ci siamo ancora abituati. Fingiamo di farlo e siamo contenti che quel poveretto o quella poveretta abbiamo vinto. Ma non lo sentiamo nostro quell’oro. Non ci appartiene.

Avrei decine e decine di storie da raccontare. Ne ho scelto una, quella di tutti.

Abituarsi alla diversità non è facile. Anche se basterebbe guardare i bambini per capire che non ci sono barriere. E invece noi adulti siamo sempre così sospettosi, diffidenti, capaci di costruirci profondi fossati e giganteschi muri.
Chi si è fermato alle Olimpiadi non conoscerà tante altre emozioni. E’ una storia bella e bisogna spiegarlo. Nelle *Paralimpiadi parliamo di fare cose impossibili. Si per noi che abbiamo difficoltà anche ad allacciarci le scarpe ci farebbe bene vedere persone che giocano a ping pong senza braccia. Abbas, 24 anni, nuota senza braccia, è scappato da Kabul a 16 anni ma questa è un’altra storia.

Gli esempi di vita servono. E allora abituiamoci. Staremmo meglio noi e staremmo meglio con gli altri.

 

Alessandro Ricupero

 

credit: Eurosport